Animali notturni

(di Monica Frigerio)

Ogni tanto, quando alle sei del mattino suona la sveglia che ci chiama al lavoro, ci si chiede se, per caso, la nostra schiena si sia indurita, il torso si sia allargato e le membra tutte abbiano perso un po’ della loro sensibilità. Ci si chiede, insomma, se si sia stati trasformati in un Ungeziefer, quel grande insetto parassitario che nelle fantasie di Kafka diventa Gregor Samsa.

Ma no, tutto sembra a posto, scherzi di quel genere avvengono solo in quegli stretti cunicoli tenebrosi dove quel ragazzo esile e spigoloso trascina chi legge la sua opera.

Noi siamo ancora relegati alla nostra essenza umana.

Si dice che sia letteratura tutto ciò che possa venire riletto almeno due volte, ebbene di Franz Kafka noi possiamo rileggere le pagine anche decine e decine di volte e ancora trovarci nuovi significati, sia nei romanzi di più ampio respiro quanto nei racconti, che, anche tralasciando i primi, riescono a imprimere quale sia il giusto valore artistico della prosa kafkiana.

Una cosa in particolare continua a stupire, la natura del suo metodo compositivo. Ci fu un momento nella sua vita che fu particolarmente significativo in questo senso, fu la notte tra il 22 e il 23 settembre 1912. Kafka aveva passato il pomeriggio in tediosa compagnia, con dei parenti che erano venuti a trovare la famiglia. Terminato il momento di socialité, verso le dieci di sera, tornò nella sua camera, si mise alla scrivania e da lì non si mosse fino alle sei del mattino quando la domestica entrò in casa pronta a intraprendere il suo lavoro quotidiano.

Fino a quel momento Kafka era stato preso da una sorta di blocco, il comporre non gli riusciva facile e si legge nei suoi diari che «quasi nessuna delle parole che scrivo è adatta alle altre, sento come le consonanti stridono tra di loro con suono di latta e le vocali le accompagnano col canto come negri all’esposizione. I miei dubbi stanno in cerchio attorno ad ogni parola e li vedo prima della parola».

Finalmente quella notte tutto questo venne a cadere e in quelle ore cruciali Kafka fissò per sempre quale fosse la sua concezione di letteratura, la sua ispirazione poetica, che tanto si discosta da quel lavorio artigianale che contraddistingue l’operato della maggior parte degli scrittori. Lui era in grado di creare solo così: di notte, da solo, avvolto nel più totale silenzio, in una pace imperturbabile che non conosce contatto umano, simile alla morte. Correggeva pochissimo i suoi manoscritti, per lui «il problema dell’architettura narrativa non esisteva […] questa ispirazione notturna possedeva tutta la sapienza strutturale di cui aveva bisogno»[1].

E così nacque La condanna, un invito nelle profondità dell’animo umano, un racconto incredibile di usurpazione e sacrifici, tra padri e figli, in cui la materia del racconto ci scivola tra le mani e sotto gli occhi, e la cosa che più sconcerta e rende incredulo il lettore è il fatto che non ci sia psicologia, non ci siano spiegazioni o ragioni, come se una lampadina fosse stata accesa sul palcoscenico dell’inconscio, semplicemente mettendocelo in mostra.

Si tratta di un racconto ricco di motivi archetipici, e anche biografici. Non è un caso che a quel tempo avesse da poco conosciuto la signorina Felice Bauer – nome che certo richiama la fittizia Frieda Brandenfeld del racconto, fidanzata del protagonista Georg Bendemann – a casa dell’amico Max Brod, e avesse appena iniziato con lei quella che sarebbe stata nei cinque anni successivi una fittissima corrispondenza. Il motivo del fidanzamento è sicuramente una delle colonne portanti di «questo parto di muco e lordura», così Kafka, che fa scaturire l’ineluttabile condanna da parte del padre verso un figlio che ha osato gareggiare con lui peccando di hybris e finisce con l’infliggersi da solo la peggiore delle punizioni. Conoscendo i difficili rapporti che Franz aveva col padre Hermann Kafka sembrerebbe obbligata l’interpretazione psicoanalitica, si veda il famoso «Sono coperto bene ora?», zugedeckt, che in tedesco vuol dire sia ‘coprire’ che ‘seppellire’.

Tuttavia ridurre tutto alla psicoanalisi non è possibile. Solo suggerimenti sparsi nel testo, egli fece in realtà qualcosa di ben più grande, da identificarsi nella lotta che intraprese con la propria esistenza, la sua capacità di estraniarsi dalla realtà circostante per creare «quella sostanza pura, translucida, assente, vuota, che si chiama letteratura»[2] e rifugge da ogni schema.

Queste caverne, che Kafka si limita a indicarci, restano lì per noi da esplorare, se solo non si ha troppa paura.

[1] Pietro Citati, Kafka, Rizzoli, Milano 1987, p. 59.

[2] Ivi, p. 56.

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