Sotto il ghiacciaio del vulcano di Snæ

(di Luciano Sartirana)

Ho appunto letto “Sotto il ghiacciaio” (ed. Iperborea), dell’autore islandese – e premio Nobel per la Letteratura nel 1955 – Halldór Kiljan Laxness. Il testo è del 1968. Penso spesso ai premi Nobel come gente seriosa, classica nella scrittura e nel sentire, gravemente attenta al bolso destino umano. Ho invece scoperto un turboscrittore dalla lingua e dall’ironia modernissime, che parla del suo remoto Paese ma che coglie il centro dell’esistere, del narrare, del pensare occidentali.

La vicenda è apparentemente semplice: negli anni ’60, un vescovo luterano incarica un giovane studente di teologia a verificare la situazione in una sperduta parrocchia sotto lo Snæfellsjökull, uno dei grandi ghiacciai d’Islanda. Pare infatti che il parroco, Jón Jónsson detto Primus, sia gravemente mancante nelle sue funzioni di pastore d’anime. In effetti, una volta giunto sul posto, l’aspirante teologo verifica che il parroco non celebra messa né altri sacramenti, la chiesa è addirittura sbarrata con delle assi, vive con una inquietante signora che non è sua moglie, preferisce aiutare i fedeli ad aggiustare chiavistelli e a ferrare cavalli piuttosto che parlare loro di religione. Pare anche abbia seppellito una donna nel ghiacciaio invece che in terra consacrata.
Ma i fedeli ne sono entusiasti.

Il giovane è ospitato in alloggi di fortuna e spesso gli abitanti lo lasciano a digiuno, oppure gli propongono vomitevoli piatti a base di vecchio squalo; è sempre più perplesso dell’anarchismo teologico e filosofico di Jón Primus; intervista altra gente. Ma, ogni volta che crede di avere finito e sta per partire, qualcuno gli riapre l’enigma di Primus, del senso della fede tra povera gente, della donna morta nel ghiacciaio e del ghiacciaio stesso.
C’è un rude camionista fiero di scrivere poesie, di essere povero e islandese, di guidare un Tir di diciotto tonnellate. Ci sono tre vaccari statunitensi e sballoni, capitati lì per fare i becchini.

C’è soprattutto Guðmundur Sigmundsson detto Godman Syngmann, antico amico di Primus, una sorta di filosofo e ciarlatano (c’è in ballo la resurrezione di un salmone…) che afferma essere lì per stabilire un contatto fra quel luogo e alcune potenze cosmiche, e che lamenta la lotta sotterranea fra varie figure retoriche nella società islandese. Fino al conturbante incontro del giovane chierico con Úa, vera moglie di Primus, un essere a mezzo fra realtà, sogno, mesmerismo.

Laxness ci guida in questa storia stralunata con un sarcasmo sottile e un senso del grottesco senza pari. Gioca con le forme del pensiero, con la sua lingua, con il soprannaturale più o meno manipolato a fini terreni, con filosofia e teologia centrifugate in un’originale teosofia, con bufale e fantascienza. Colloca nella memoria dei protagonisti l’impresa di Otto Lidenbrock, colui che è entrato nello Snæfell per arrivare al centro della Terra, come fosse accaduto davvero piuttosto che nel libro di Jules Verne.

Attualizza una delle più fosche leggende islandesi: quattro becchini devono trasportare la cassa con il cadavere di una donna attraverso il ghiacciaio per il funerale; fanno tardi e devono dormire in un rifugio, ma non hanno niente da mangiare… la donna esce dalla cassa, dal nulla impasta per loro della farina e cuoce delle pagnotte con cui gli uomini possono rifocillarsi; il giorno dopo portano bara e cadavere a destinazione. Ridicolizza una radicata superstizione di quelle parti, che vede lo Snæfellsjökull come luogo di raduno sia di anime dannate che di atterraggi e contatti extraterrestri.
Su tutto c’è il ghiacciaio: la grande natura, il bianco sornione che tutto può racchiudere e tutto può dominare.

Il risultato è un libro godibilissimo, di una cultura, un’intelligenza, una comicità, un’invenzione narrativa davvero rare. Come ho potuto ignorare questo scrittore e questo libro fino a oggi?

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