Jerome K. Jerome, un ozioso che oziosamente spiega i dilemmi della vita

(di Isabella Gavazzi)

Jerome K. Jerome (1859-1927) è il maestro dello humor letterario inglese. Famoso per l’opera Tre uomini in barca – per non parlare del cane (1889) e Tre uomini a zonzo (1900), divertenti taccuini di viaggio in cui ai protagonisti accade di tutto, poche volte viene ricordato per una delle sue prime – e a mio parere migliore – opere: I pensieri oziosi di un ozioso.

Questo breve volumetto, che si legge tranquillamente in un pomeriggio di pioggia o in spiaggia sotto l’ombrellone, è un continuo richiamo a situazioni che tutti, nella loro vita, hanno avuto modo di incontrare; l’autore li analizza a tratti in modo serio, a tratti in chiave parodistica. Dedicato alla sua grande amica e compagna di molte ore solitarie, la sua pipa, Jerome passa da argomenti metafisici quale la vanità, la timidezza e la memoria ad altri più concreti, come il cibo, i bambini o gli animali. Questa breve descrizione non gli rende appieno giustizia, rischiando di cadere nel banale facendolo passare per un normalissimo pamphlet di ordinaria fattura, noioso nella media e originale come tanti altri. La novità che Jerome aggiunge, volontariamente o meno, è l’abilità di riuscire a rendere sempre attuale tutto ciò che scrive, sia esso serio, sia divertente, contando che il libro è stato completato nel 1886, cioè un secolo e mezzo fa.

[…] “A me piacciono i gatti. Sono tanto divertenti senza saperlo. Hanno una tal comica dignità, una tale aria da: «Come osate!», «Fatevi in là e non mi toccate!». Nei cani non c’è nulla di altezzoso invece. Sono tutti: «Salve amico, ben trovato!», con ogni Tom, Dick o Harry nel quale s’imbattono. […] Quando volete conquistarvi l’approvazione di un felino, dovete stare attento a quello che fate, e aprirvi la strada con cautela. Se non lo conoscete personalmente, vi conviene cominciare dicendogli «povero micino». Dopo di che aggiungete «mucci mucci» in tono di comprensiva simpatia. Voi non sapete cosa significhi, e tanto meno lo sa il gatto, ma l’espressione sembra indicare un conveniente atteggiamento da parte vostra, e in genere tocca i sentimenti del felino a tal punto che, se siete ben educato e vi presentate discretamente, inarcherà il dorso e vi soffregherà il naso addosso.”

Una vena umoristica che non nasce dalla vita agiata sua o di parenti: Jerome trascorse un’infanzia di povertà nel quartiere dell’East End londinese, in situazioni economiche e familiari più che precarie. Riuscì a raggiungere la tranquillità finanziaria solo da adulto grazie ai suoi volumi che, con garbo e buon gusto, criticavano proprio le abitudini di vita della classe media, la stessa a cui lui apparteneva e che acquistava con interesse e divertimento i suoi testi.

Quindi un ozioso in cui anche noi, da oziosi contemporanei, possiamo immedesimarci, oziando di tanto in tanto.

Un detto diceva “l’ozio è il padre dei vizi”, ma nel caso di Jerome, che grazie a questo peccato ha scritto un libro, possiamo affermare che l’autore sia l’eccezione che conferma la regola.

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Sotto il ghiacciaio del vulcano di Snæ

(di Luciano Sartirana)

Ho appunto letto “Sotto il ghiacciaio” (ed. Iperborea), dell’autore islandese – e premio Nobel per la Letteratura nel 1955 – Halldór Kiljan Laxness. Il testo è del 1968. Penso spesso ai premi Nobel come gente seriosa, classica nella scrittura e nel sentire, gravemente attenta al bolso destino umano. Ho invece scoperto un turboscrittore dalla lingua e dall’ironia modernissime, che parla del suo remoto Paese ma che coglie il centro dell’esistere, del narrare, del pensare occidentali.

La vicenda è apparentemente semplice: negli anni ’60, un vescovo luterano incarica un giovane studente di teologia a verificare la situazione in una sperduta parrocchia sotto lo Snæfellsjökull, uno dei grandi ghiacciai d’Islanda. Pare infatti che il parroco, Jón Jónsson detto Primus, sia gravemente mancante nelle sue funzioni di pastore d’anime. In effetti, una volta giunto sul posto, l’aspirante teologo verifica che il parroco non celebra messa né altri sacramenti, la chiesa è addirittura sbarrata con delle assi, vive con una inquietante signora che non è sua moglie, preferisce aiutare i fedeli ad aggiustare chiavistelli e a ferrare cavalli piuttosto che parlare loro di religione. Pare anche abbia seppellito una donna nel ghiacciaio invece che in terra consacrata.
Ma i fedeli ne sono entusiasti.

Il giovane è ospitato in alloggi di fortuna e spesso gli abitanti lo lasciano a digiuno, oppure gli propongono vomitevoli piatti a base di vecchio squalo; è sempre più perplesso dell’anarchismo teologico e filosofico di Jón Primus; intervista altra gente. Ma, ogni volta che crede di avere finito e sta per partire, qualcuno gli riapre l’enigma di Primus, del senso della fede tra povera gente, della donna morta nel ghiacciaio e del ghiacciaio stesso.
C’è un rude camionista fiero di scrivere poesie, di essere povero e islandese, di guidare un Tir di diciotto tonnellate. Ci sono tre vaccari statunitensi e sballoni, capitati lì per fare i becchini.

C’è soprattutto Guðmundur Sigmundsson detto Godman Syngmann, antico amico di Primus, una sorta di filosofo e ciarlatano (c’è in ballo la resurrezione di un salmone…) che afferma essere lì per stabilire un contatto fra quel luogo e alcune potenze cosmiche, e che lamenta la lotta sotterranea fra varie figure retoriche nella società islandese. Fino al conturbante incontro del giovane chierico con Úa, vera moglie di Primus, un essere a mezzo fra realtà, sogno, mesmerismo.

Laxness ci guida in questa storia stralunata con un sarcasmo sottile e un senso del grottesco senza pari. Gioca con le forme del pensiero, con la sua lingua, con il soprannaturale più o meno manipolato a fini terreni, con filosofia e teologia centrifugate in un’originale teosofia, con bufale e fantascienza. Colloca nella memoria dei protagonisti l’impresa di Otto Lidenbrock, colui che è entrato nello Snæfell per arrivare al centro della Terra, come fosse accaduto davvero piuttosto che nel libro di Jules Verne.

Attualizza una delle più fosche leggende islandesi: quattro becchini devono trasportare la cassa con il cadavere di una donna attraverso il ghiacciaio per il funerale; fanno tardi e devono dormire in un rifugio, ma non hanno niente da mangiare… la donna esce dalla cassa, dal nulla impasta per loro della farina e cuoce delle pagnotte con cui gli uomini possono rifocillarsi; il giorno dopo portano bara e cadavere a destinazione. Ridicolizza una radicata superstizione di quelle parti, che vede lo Snæfellsjökull come luogo di raduno sia di anime dannate che di atterraggi e contatti extraterrestri.
Su tutto c’è il ghiacciaio: la grande natura, il bianco sornione che tutto può racchiudere e tutto può dominare.

Il risultato è un libro godibilissimo, di una cultura, un’intelligenza, una comicità, un’invenzione narrativa davvero rare. Come ho potuto ignorare questo scrittore e questo libro fino a oggi?

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Un eroe di ogni tempo

(di Monica Frigerio)

Se l’eroe di Lermontov, aristocratico tutto proteso verso la prevaricazione altrui, si muove in scenari storici dominati ancora dallo zarismo, quello del romanzo di Vladimir Makanin (Underground, ovvero un eroe del nostro tempo, Jaca Book, traduzione di Sergio Rapetti) è un uomo qualunque, e degli uomini qualunque possiede la bontà e spontaneità e d’animo, colto nel momento di collasso dello Stato a falce e martello che a sua volta aveva posto fine all’edificio zarista. Non un momento indolore, come la manifestazione di collettivo buon senso, quasi che i russi avessero voluto esorcizzare il pericolo di un nuovo conflitto civile, fece apparire in un primo tempo. Questa tacita rassegnazione era una maschera che nascondeva una combinazione di sentimenti contraddittori: smarrimento, amarezza e soprattutto una grande incertezza su cosa sarebbe venuto dopo.

Il romanzo è un tentativo di raccontare questa realtà, di comprendere questo cruciale passaggio dall’età sovietica al postcomunismo.

L’azione si svolge nell’arco di poco più di un anno, tra il 1991 e il 1992, nel cinquantesimo anno di vita del protagonista Petrovič, l’alter ego di Makanin che narra in prima persona.

Solo il patronimico, lui e gli altri non ricordano più il suo nome.

Luogo d’azione: Mosca, o meglio un’obščaga a Mosca, ossia la casalbergo, residenza per   lavoratori costituita da numerose camerate o stanza singole. Ex falansterio socialista, relitto dei tempi del collettivismo, simbolo della vita in comune.

Petrovič è il custode di questi metri quadrati, uno scrittore mai pubblicato, senza fissa dimora, un autentico interprete dell’underground russo, l’altro importante luogo (non) fisico che fa da sfondo all’opera. Underground nel senso di non conformismo e libertà, subconscio sociale, spazio dedito alla circolazione della poesia, della letteratura e di tutte le altre arti proscritte contro il potere e la censura.

La sua ostinata volontà di rimanere ai margini della società, di non volersi collocare entro i canoni di una vita ordinaria, l’incapacità “di respirare l’aria delle vette”, rappresentano una ben determinata scelta filosofica ed estetica che costituisce la quintessenza dell’io narrante.

Egli tiene moltissimo al suo umile mestiere di guardiano degli appartamenti, questo gli permette di entrare in contatto, corridoio dopo corridoio, con un’umanità in affanno piena di grandi slanci ideali controbilanciati da misere abiezioni, che si vede costretta ad affrontare le conseguenze dell’affermarsi di un capitalismo sfrenato. Dà loro ascolto, se ne prenda cura, presta attenzione alle loro lagnanze di fronte a una tazza di tè presa in cucina, ogni tanto si innamora di una donna che il più delle volte finisce per abbandonarlo perché non riesce a concepire la sua vita di “disadattato”, ma anche qualora venga ripagato con disprezzo e indifferenza non se la prende, l’idea stessa del curarsi delle persone lo riempie di un amore senza pari.

Petrovič si muove sulla scia di alcuni dei grandi eroi della letteratura russa, nella tradizione degli impiegati pietroburghesi di Gogol’ o di molta parte dell’opera di Dostoevskij che si fonda sull’empatia, sul sentire la sofferenza degli altri, puntellata da motivi come l’attenzione verso i diseredati del sottosuolo, la purificazione morale e personale, il pentirsi delle proprie colpe.

Ma c’è anche qualcosa di nuovo, sintomo identificativo della realtà dei primi anni ’90 in Russia. La sua tacita ribellione. Quella di un personaggio che non accetta nessun compromesso con il potere e prova odio/indifferenza verso i soldi o qualsiasi altro tipo di bene materiale, proprio nel momento in cui per le strade della Russia iniziano a circolare le prime Mercedes e nei negozi a comparire i primi jeans griffati insieme a tanti altri oggetti che diventano l’ambizione e l’ossessione di un popolo spinto al consumismo (represso) più sfrenato nel giro di pochi anni.

In questo senso il protagonista diventa simbolo di una fierezza e di un’onestà intellettuale senza macchie, il resto non gli interessa: l’unico bene che trascina con sé nei suoi tragitti per il sottosuolo moscovita è la macchina da scrivere di cui peraltro non fa più uso. Ma sui suoi tasti ha allenato le dita, si è fatto venire i muscoli, utili nelle risse, o quando si usa il coltello, come nel momento in cui si ritrova a commettere due omicidi proprio a causa di quell’ “io” ingovernabile che la letteratura ha aiutato a maturare. Per difenderlo. Per difendere la sua nicchia impenetrabile che un’altra persona non arriverà mai a comprendere del tutto.

E qui c’è ancora tanto Dostoevskij, ma non solo.

Makanin si insinua tra le pieghe anche di un’altra tradizione letteraria, quella iniziata a partire dagli anni Settanta in Russia e che va a delinearsi sempre di più nell’ultimo ventennio del Novecento.

La Drugaja Proza (la prosa alternativa), di cui l’autore è un esponente, propone una prospettiva artistica nuova con la quale raccontare la realtà. Questa nuova prosa ha l’impeto di un fiume in piena e l’idea è quella di non partecipare più alla Storia che ha solo deluso, ma di cercare la propria piccola nicchia nel mondo e lì tenersi al riparo dalla violenza dello stesso. Una nicchia che assomiglia, per esempio, agli scarsi metri quadri di un appartamento dell’obščaga. I nuovi canoni sono l’ironia e la parodia, il disinteressa verso la vita politica e scetticismo verso la possibilità stessa di avere un ideale sociale.

Petrovič incarna perciò il tipo letterario di questo nuovo modo di concepire la scrittura, uno dei tanti outsider che popolano le pagine del samizdat russo, e al suo fianco ha un compagno speciale, che anche quando non gli è fisicamente vicino non abbandona mai i suoi pensieri, il fratello più giovane Venedikt Petrovič che, oltre al patronimico, merita di avere anche un nome.

Venja è l’Eroe puro dell’underground russo, pittore geniale che, a differenza del fratello, ha sì portato fino alle estreme conseguenze la sfida al sistema. Per questo motivo si è trovato confinato all’interno di un mondo parallelo, quello della psichuška (ospedale psichiatrico), da ormai trent’anni, ridotto quasi a un vegetale a causa di tutti i farmaci che è costretto ad assumere quotidianamente. Un fenomeno tragicamente noto nella Russia sovietica degli anni Settanta e Ottanta, la stessa sorte toccò infatti a diversi artisti e dissidenti che non condividevano le idee del Partito.

Il fratello maggiore non può fare a meno di sentirsi in colpa per lui, quasi volesse essere al suo posto, e verso la fine del romanzo, mentre il pensiero di Venja si radica sempre più nella coscienza del fratello, quest’ultimo riconosce a lui, a questa creatura “umiliata, strattonata, sporca di merda” – all’artista che non riesce ad accettare l’idea che la vita basti a se stessa, che non si possa fare a meno dell’arte (e della letteratura), della “Parola” intesa come sentimento che prende  vita – e che ora somiglia a un bambino inconsapevole, il ruolo di portavoce della dignità umana, contro i soprusi e le violenze del potere.

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Sei Shōnagon, note da una donna lontana

Anche se l’ho letto molti anni fa, oggi parlerò di “Note del guanciale”, di Sei Shōnagon.
L’autrice è vissuta a Kyōto fra 965 e 1010 (i nostri, europei, 965 e 1010…), era scrittrice e dama di corte. Il suo libro esula dai nostri canoni letterari (narrativa, saggistica, poesia?) e utilizza molto la forma dell’elenco. Vi sono ad esempio: Cose deludenti, Particolari dalla misera apparenza, Situazioni che ispirano fiducia, Volti da commiserarsi, Soggetti ideali per un dipinto.
Vi sono osservazioni delicate ma franche e originali su atteggiamenti, psicologie, aspettative, emozioni fugaci, istanti inaspettati di gioia; ma anche sul colore degli abiti, la luce nelle ore del giorno, i piccoli riti di accoglienza, il ricordo di cerimonie eleganti, l’importanza della scrittura per una donna.
Gli uomini sono apprezzati come amanti o per un gesto gentile, cosa peraltro da non aspettarsi. Scrive Sei: “Quando vediamo un uomo rispondere evasivamente alla lettera sconsolata di una donna dal leggiadro aspetto e dall’amabile cuore, che ha una scrittura elegante e sa comporre squisite poesie, e abbandonarla in un doloroso pianto per andare da un’altra, anche se la cosa non ci riguarda direttamente ci sentiamo – come donne – invase da un sordo rancore. L’uomo invece sembra ignorare qualsiasi sentimento”.
Trovo importante questo libro, perché è uno sforzo consapevole di capire sé e il mondo intorno a sé, non fermarsi agli stereotipi riguardo ciò che è intimo, trovare una propria scrittura per tutto questo.
Sei Shōnagon scrive in direzione del suo vero desiderio, il suo posto nel mondo, il suo identificarsi come donna pensante in un preciso contesto, il suo sforzo di separarsi dal sentire comune, la sua distanza dal maschile di allora. E aveva di fronte tre muri: la scrittura di corte, solo di intrattenimento; un simbolico maschile rude e guerresco; il divieto di manifestare sentimenti.
Sei Shōnagon si è invece inoltrata lungo il sentiero aurorale del sapere di sé. Senza una teoria come noi la intendiamo, ma con la consapevolezza che ogni momento e ogni sensazione narrano l’essere una donna.

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In una sera lontana

Passavamo tutto il giorno tirati da elastico, tutte le mattine ancora a scuola e tutto il pomeriggio a studiare storia, italiano, greco come non mai, perché fra un mese e mezzo c’era la maturità.
Passavamo ogni sera a diluire l’elastico giocando una partita di calcio dopo ogni cena, che risultava comunque bella tirata anche quella, sempre di corsa e tanti gol.
Da tre anni vivevo a Padova, studiavo dai Padri Comboniani e andavo al liceo classico Barbarigo. Da lì a poco, con la maturità, sarebbe finito anche il soggiorno in Veneto. La partita di quella sera l’abbiamo giocata con un’accogliente aria dolce attorno, un bel teporino di primavera piena aumentato dal profumo dei fiori di tanti giardini e cortili. Vi si mettevano tanti fiori, all’epoca.
Era finita 7-3 per noi, avevo fatto tre gol e giocato alla grande. Sentivo i muscoli che giravano da soli, la palla che mi si calamitava tra i piedi e andava dritta al punto. Sentivo di avere diciotto anni. Giocavamo un’ora e mezza senza intervallo.
L’unica interruzione è stata quando la palla è finita oltre il campo e si è infilata sotto un auto parcheggiata in fondo. Mentre due di noi andavano a recuperarla, mi è parso di vivere alcuni istanti di quelli sospesi, e ricordo di avere pensato: “Che momento unico, irripetibile… che bella serata… sta finendo un’epoca importante della mia vita!”
“Me li ricorderò, questo momento e questa serata…”
Il mio pensiero si mescola alla visione della palla che torna in campo, ma anche al chiasso indiavolato di molti cani di tutto il quartiere. Ci sono sempre stati, tutti questi cani ad abbaiare come tarantolati?

Dopo la partita mi sento i muscoli piacevolmente stanchi, duri. Salgo nel palazzo, vado a farmi un bagno. La finestra è aperta, sento ancora l’aroma dei fiori attorno.
Resto sdraiato in acqua a lungo, poi mi metto in ginocchio per lavarmi come si deve.

Sento un crampo, un tremore forte alle cosce. Lo attribuisco alla stanchezza, ma è un pensiero che non basta e dura molto poco. Mi osservo le gambe.
La vasca prende a muoversi lateralmente, l’acqua monta in onde sempre più alte, finché non ne esce gran parte dal bordo. Non riesco a muovermi, mi accorgo che – non so da quanto – ho le mani strette da far male ai bordi della vasca stessa.
Alzo gli occhi dall’acqua e dalle mie gambe.

Quello che vedo mi gela.
I muri giallini della stanza ondeggiano vistosamente, almeno dieci centimetri da una parte e dall’altra. Cala la luce. Si riprende. Qualche secondo di buio pieno, poi torna.
Le mura sono impazzite e in balia della loro danza.
Non riesco a muovere niente di me, il corpo mi si stritola per la tensione muscolare ma soprattutto per la paura.
Penso che sta per crollare tutto, non farò la maturità, non tornerò a Milano, la mia vita è stata breve. Non riesco neanche a urlare, mi figuro una pallina d’acciaio in gola.

Poi i muri riducono l’onda, fino a tornare fermi e verticali come lo sono stati tutti i muri visti fino a quella sera.
Ci metto un quarto d’ora prima di lasciare la stanza da bagno, a ogni movimento ho paura di provocare qualcosa, di tornare a prima, anche se mi dico che è ridicolo. Mi affaccio infine sul campo di calcio, dove ci sono tutti i miei amici. Sono stato l’unico a restare dentro. Agghiacciato da una paura che non ho più provato – per fortuna – in tutta la mia vita di poi.
Era la sera del 6 maggio 1976. Padova non è lontana dal Friuli.
Per un mese non ho dormito più di un paio d’ore a notte.

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Finitela di diffondere la scrittrice razzista

I tragici attentati di Parigi del 13 novembre 2015 hanno rifatto circolare su web cose scritte dalla scrittrice e giornalista Oriana Fallaci, che peraltro risalgono al 2001.
Una congerie di panzane che ho invitato a non piazzare sulla mia bacheca di Facebook, perché le avrei subito fatte sparire.
Il 95% delle persone intervenute mi ha appoggiato.
Alcune non erano d’accordo e mi hanno chiesto il perché.

Per prima cosa, basta guardare la realtà per vedere che ciò che dice la scrittrice razzista è falso:
1) “Illudersi che esista un Islam buono e un Islam cattivo ossia non capire che esiste un Islam e basta”. Nel mondo ci sono un miliardo e 600 milioni di musulmani. La maggior parte sono in Indonesia (205 milioni), India (177 milioni), Bangla Desh (150 milioni), Egitto (80 milioni), Iran (74 milioni) fino ai 10 milioni del Senegal. Qualcuno di questi ha mai compiuto un atto ostile contro di noi?
2) Poi ci sono i Paesi a maggioranza musulmana con situazione più critica: Pakistan (178 milioni), Turchia (75 milioni), Iraq (31 milioni), Afghanistan (28 milioni), Arabia Saudita (25 milioni), Yemen (24 milioni), Siria (21 milioni). I Paesi del Golfo – Emirati Arabi, Qatar e Bahrain – sommano meno di 5 milioni di musulmani. Ma tra costoro, Turchia, Arabia Saudita e Paesi del Golfo (nonostante una situazione di diritti umani assurda, potrebbe essere l’Islam peggiore) sono addirittura nostri alleati politico-militari e partner commerciali; e le situazioni tremende in Iraq, Siria, Afghanistan le abbiamo provocate noi aggredendo loro, non viceversa. Ricordo che l’aggressione occidentale all’Iraq ha provocato più di mezzo milione di vittime, e si è basata su prove inventate.
3) I veri motivi delle guerre e del terrorismo per Siria o Afghanistan sono di tipo economico e geo-strategico, non certo religioso. E la cupa testardaggine di Tel Aviv nell’impedire uno Stato palestinese offre molto fuoco al risentimento. Ma questo alla Fallaci sfugge del tutto.
4) Per quanto riguarda la situazione in Europa, ci sono 1,5 milioni di musulmani in Italia, contro i quasi 5 milioni della Francia, i 4 milioni della Germania, e i 3 milioni del Regno Unito. Di nuovo, 1,5 milioni su una popolazione italiana di 60 milioni sono circa il 2,5% della popolazione… pizzaioli e kebabbari, muratori, operai, commercianti e piccoli imprenditori che hanno il solo scopo di fare soldi e di vivere tranquilli pregando per i fatti loro, come è evidente se pensiamo alle persone chiaramente islamiche attorno a noi e nella nostra vita quotidiana. Ci uccidono forse con l’onda? La pizza che compro dall’egiziano sotto casa mia mi sta avvelenando lentamente?
5) E registriamo anche il fatto che migliaia dei loro bambini e ragazzi frequentano le stesse scuole dei nostri figli, si conoscono, fanno i compiti, bigiano le interrogazioni, vanno in gita scolastica esattamente come i nostri. Questi sarebbero nostri nemici?
Costei dice: “è in atto una guerra di religione. Una guerra che essi chiamano Jihad. Guerra Santa. Una guerra che non mira alla conquista del nostro territorio, forse, ma che certamente mira alla conquista delle nostre anime. Alla scomparsa della nostra libertà e della nostra civiltà.”
Ma che cavolo sta dicendo?
Qualcuno di noi è mai stato costretto a diventare islamico?
Il più grande, ricco, armato, popoloso Stato islamico del mondo – l’Indonesia – ci ha mai fatto una guerra, ci manda gente a far proseliti, rimpalla trasmissioni tv via satellite o diffonde video di propaganda verso di noi? Ed è un posto dove le donne si vestono come pare a loro, tanto per toccare un altro degli argomenti più utilizzati alla bisogna.

Per seconda cosa, la scrittrice razzista diffonde uno schema mentale per cui ci siamo “noi-e-loro”.
Ed esistono “le culture” come oggetti immutabili, gruppi umani racchiusi in damigiane ben tappate che non possono interagire e il loro unico scopo è sopraffarsi a vicenda.
A parte l’ovvia constatazione che più la gente gira, viaggia e conosce e più le società che ne nascono sono qualcosa di inedito, ricordo che è lo stesso schema mentale – appunto razzista, mentalmente pigro, pauroso e sospettoso di tutti, incapace di andare al di là del proprio naso e imparare qualcosa, fino ad atti violenti veri e propri – che anima il Ku-Klux-Klan; ma anche ciò che si pensava degli italiani meridionali negli anni ’50 e ’60… sono abbastanza vecchio da ricordarmene.

Per terza cosa, la scrittrice razzista diffonde un secondo deleterio schema mentale: quello per cui non si ragiona in termini razionali, nonostante costei parli di Ragione (quando qualcuno piazza maiuscole a caso vuole solo che si creda e si obbedisca tutti in truppa, non che si rifletta!), ma sulla base di solo risentimento viscerale. Essa non riferisce nessun dato comparabile, nessun riferimento storico, nessuna linea di tendenza, nessun accenno a decisioni politiche, scontri di interessi materiali, strategia di consenso… nulla di nulla, perché pensiero e argomentato senso critico le sono del tutto estranei.
E quando si scrivono cose solo ascoltando le proprie reazioni primordiali non si va da nessuna parte, non si capisce dove siamo e cosa dobbiamo fare, creiamo le condizioni per superficialità, ignoranza, violenza.

Il fatto che esistano organizzazioni criminali come Daesh e Al Qaeda ci deve far trovare le difese più efficaci, da quelle armate e di intelligence a quella del progetto di società migliori. Società ben lontane dai discorsi da paleolitico della Fallaci, della quale trovo sacrosanto contrastare la diffusione. Perché questi sì minano i nostri valori.

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Guarda la scena vuota. Vivi l’umiliazione. Philip Roth.

(di Livia Castiglioni)

Simon Axler, celebre attore teatrale, perde il proprio talento e non riesce più a recitare. In un seducente incipit di poche righe, Philip Roth scolpisce con pochi tratti essenziali e sintetici il resoconto della fine di una carriera. Ascesa e caduta. Ci troviamo a che fare con un uomo, ormai sessantenne, professionista affermato, che è divorato e logorato ogni giorno di più dal tormento di aver perso la propria magia, la propria arte; fine delle certezze e delle sicurezze.

Come Nina nel celebre “Gabbiano” di Cechov ( opera in cui è stato un celebre interprete del personaggio di Trepliev), Simon Axler non è più in grado di stare sulla scena, non sa come muovere le mani, non riesce a dominare la voce; è ossessionato dalla sensazione di recitare in maniera orribile. Se Cechov mette Nina a confronto con un gabbiano, Philip Roth mette Axler nella condizione di vedere se stesso simile a un goffo e spaurito opossum, visto un giorno nella neve poco vicino a casa. Fine delle certezze e delle sicurezze, abbandonato dalla compagna ex ballerina si ritrova ex attore sull’orlo di una crisi di nervi; inesorabilmente colto dalla depressione si crogiola in velleitarie fantasie sul suicidio, unica messinscena a cui si sentirebbe di partecipare.

Dopo un dovuto soggiorno in una clinica psichiatrica ecco che Simon Axler ricomincia a vedere la luce. Ma non quella dei riflettori del palcoscenico, non quella degli studi cinematografici; ma – in un passaggio che sembra quasi scontato e banale – quella della passione.
Se non fosse che Roth, da narratore sapiente e accattivante, trasforma con arguzia il clichè della donna ‘che salva l’uomo sull’orlo del baratro’. Come? Basta aggiungere qua e là qualche segno particolare, ma con misura: Pegeen ha 40 anni; insegna Scienze Ambientali all’Università; e fin qui tutto bene; è lesbica dall’età di 23 anni. Ha una ex amante datrice di lavoro molto bella e non ancora rassegnata. Il resto è da scoprire. Una coppia strana e improbabile che inizia a intrecciare una relazione erotica e sentimentale quasi borderline.

In tre capitoli Roth ci trascina e ci fa precipitare quasi senza che ce ne accorgiamo in mondi paralleli ma di respiro totalmente diverso. Si parte con una elegante e raffinata atmosfera quasi da acidi telefoni bianchi di una off e on Broadway dei giorni nostri, passando dalla clinica psichiatrica alto borghese. Poi ci butta nell’isolamento ovattato di una elegante casa fuori città immersa nella neve, in cui vediamo nascere la relazione tra questi due individui precipitati insieme da universi lontani anni luce. Infine, ultimo atto, il terzo capitolo è un vortice senza scampo con tratti inaspettati di letteratura erotica, in cui Roth non fa economia di dettagli feticisti ed insoliti.

Philip Roth va a scandagliare con sguardo graffiante ma puro illusioni e paure, ci gioca servendosi dell’ironia, ma poi non concede espiazioni e compromessi: la realtà ci viene buttata in faccia come un pugno, mostrandosi per la grossa messinscena che è.

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Non siamo pronti, non lo saremo mai. Da Saramago.

La vita ci può far trovare davanti molte minuscole palle di neve. Ma è sempre bene intuire quali sono innocue e quali possono ingrossarsi fino alle dimensioni di una valanga devastante.

Il maestro lusitano ci accompagna in una vicenda surreale, folle, apparentemente banale e decisamente piccolo borghese. Un insegnante di storia, dall’assurdo e per nulla amato nome di Tertuliano Máximo Afonso, conduce una vita piuttosto piatta: lezioni uguali l’una all’altra, un preside e un corpo colleghi da cui si tiene a distanza, una donna (Maria da Paz) che lo ama ma di fronte alla quale lui si dimostra indeciso e fin scostante.

Un giorno il collega di matematica gli presta un film su dvd. Tertuliano, dopo aver visto il film, pensa a un sottile quanto malevolo scherzo da parte del collega: uno degli attori secondari assomiglia a lui, il professore di storia, in maniera evidente. Da quel giorno evita il collega, ma inizia un suo percorso interiore sempre più contorto e paranoico.
Vuole conoscere quell’attore. Ci si sente attirato. Non si capacita di essere il doppio di qualcun altro.
Trova il nome dell’attore sul retro del dvd, acquista e noleggia tutti gli altri film da quello interpretati. Fa scrivere a Maria da Paz alla casa di produzione per fargli inviare una fotografia e – soprattutto – il nome vero dell’attore, perché nei film compare con il nome d’arte.
Sa dove l’attore vive, lo spia, lo vede. Lo incontra, si confrontano persino nei e cicatrici. La voce…
E’ la sua copia, indiscutibilmente.

Saramago ci accompagna nel sottobosco della tertulianesca mente con il gusto beffardo della divinità antica, ficcanaso e vendicativa. Ogni moto d’animo, ogni momentanea risoluzione, ogni scivolata del prof di storia è raccontato sotto microscopio, con la mirabile lingua che tutti conosciamo.

Tertuliano, mille volte potrebbe avere a disposizione una via d’uscita, mille volte potrebbe deviare dal piano inclinato dove si è cacciato. Ma non lo fa.
Regalandoci, nella seconda parte del romanzo, una delle situazioni e dei finali più vertiginosi della letteratura degli ultimi decenni.
Uscire a comprarlo. Subito. Leggerlo senza porre tempo a mezzo.

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Una forma di vita. Amélie la Grandissima.

Amélie Nothomb. Ricerca su Gugolo, cliccata del topo sull’opzione Immagini: quasi tutte le sue foto ci presentano due occhi spalancati, un’obliqua via di mezzo fra terrore e stupore attonito. Molti vi leggono cinismo, altri superiorità aristocratica e sprezzante… molte sue eroine lo sono… altre ambirebbero a esserlo… e molti personaggi maschili provocano sicuramente ansia e ribrezzo.
Il meraviglioso mondo di Amélie. Quella vera.
Di certo quei suoi occhi ci aleggiano sulla nuca mentre scorriamo la sua scrittura sublime. Quando la leggi, Amélie è dietro di te, ma sparisce subito quando ti volti per guardarla.

In “Una forma di vita” conosciamo invece un’Amélie diversa, che accetta di raccontare il suo stupore e la sua ingenuità, il suo ficcarsi curioso in situazioni abnormi, il suo uscire di casa incosciente del pericolo lasciando pure la porta aperta e il latte sul fuoco.
E che fuoco… la guerra in Iraq e la sua insulsa carneficina di aggressori e vittime (ben distinti e amati o odiati nel giusto, mica è scema). Uno sguardo attonito su una delle grandi tragedie dell’oggi e il retroterra che le ha provocate: un certo modo di esistere e di pensare statunitense.

Nothomb confessa in tutta candidità che riceve molte lettere dai suoi lettori.
Ma soprattutto: che cerca di rispondere a tutti , capirli, dire una parola sensata a ognuno. Già questo, per un personaggio famoso della letteratura, è vivere su un precipizio, perché significa che la tua sensibilità accetta di farsi carico dei deliri di molti. E con questo libro la cosa si moltiplicherà ancora.
Ma una delle lettere che le giunge ha addirittura del post-atomico: un soldato di Washington di stanza in Iraq le dice che ha letto tutti i suoi libri, e inizia a raccontarle com’è la vita da quelle parti per un soldato di Washington.
Pattugliamenti. Attacchi. Uccisioni. Spari immediati nella direzione di ogni minimo rumore. Cadaveri dietro di sé e morituri davanti a sé. Prima o poi ti può toccare.

Amélie è orripilata da tutto questo; ma è una che guarda sempre oltre all’apparenza, fruga nei retropensieri e cerca di individuare la profondità anche se perversa delle cose. Non smette di chiedere a Malvin Mapple – il nome del soldato di Washington – come vive tutto questo, e il racconto devia verso regioni inaspettate. Quando torni da un’azione cerchi un placebo, che ti placebizzi la giornata e la settimana, e che lo faccia per tutti i mesi e gli anni che sei lì. Mangi e bevi di tutto. Fino a diventare enorme, eppure ancora operativo e letale. Fino a diventare due persone di peso, e parlarle. Fino a vivere una realtà parallela e atona, una caverna platonica senza la luce dell’uscita.

Il seguito comprende ancora molte cose e molti eventi – in una suspence d’alto livello – e lo stupore della narratrice si mescola con quello del lettore di fronte a tale sconcertante racconto. Una visione di vita ci passa davanti agli occhi, quella di una nazione e di individui votati all’espansione quanto all’irrealtà, con tutto ciò che ne consegue.
Un libro magnetico, politico, attonitamente divertente.
Voltati piano… chi è che ti sta osservando, mentre leggi questo articolo?

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Questa notte è la mia. Alberto Damilano.

Andrea è un giornalista; cronaca, redazione indolente, paga non eccezionale.
La moglie Marta con cui parla poco. L’amica d’infanzia Giulia, cupa e scontrosa. L’amico psichiatra Massimo, cupo e scontroso. Francesco, giovane e intraprendente collega. Francesco scopre legami d’alto livello fra ‘ndrangheta, affari e politica, ficcandosi in paraggi pericolosi.

Francesco viene ridotto in fin di vita. Andrea afferra il testimone e riesce a portare avanti il tutto.
È uno che lotta, Andrea.

In una delle pagine più inquietanti, Andrea ritorna a un vecchio ricordo: si era perso in alta montagna, ce l’aveva fatta con molta fatica. Vicenda paradigmatica, la trama complessiva della sua vita… perdere i punti di riferimento e trovare altri sentieri.
Da qualche tempo deve dire a Marta una cosa importante, ma ce la fa solo molto dopo. Anche con i suoi amici cupi e scontrosi paiono talvolta mancare le parole giuste.

La cosa importante da dire è che Andrea perde via via familiarità con se stesso, perché è ammalato di Sla. Non si rende conto ancora del tutto di cosa significhi, lo scopre da quel poco che ogni giorno non gli è più permesso fare. Un piede che appoggia male. La forza di una mano che non è più quella dell’altra. La difficoltà in azioni banali, come tenere la penna o allacciarsi un bottone.
Con tanta imprevedibilità: se il dito mignolo non si muove più in armonia con gli altri, Andrea si aspetta che il prossimo a cedere sia il dito vicino, e invece è un orecchio a sentirci meno. Qualcosa che agisce senza direzione, lo spiazza, gli impedisce di conoscere il prossimo passo, suo di suo e suo della malattia.

Il calo progressivo di confidenza con il proprio corpo pare però condurre Andrea a uscire da un atteggiamento – fin troppo prudente – tenuto verso l’esistenza fin a quel momento. La mia vigliaccheria è stata la mia assicurazione sulla vita, commenta in un passaggio significativo. La sua determinazione nell’inchiesta, anche dopo che gli hanno distrutto la casa, si fa poderosa.
Andrea si muove con un bastone, poi in carrozzella. Gli appare il versante sconosciuto che il morbo – oltre che nelle sue fibre – gli costruisce attorno: passivo oggetto di pietà, sguardi e saluti sfuggenti, recriminazione, attesa. Un barbone reduce dalla guerra in Jugoslavia lo incita a ritrovare una vecchia amica reclusa in un lager psichiatrico (altro fronte di inchiesta, per Andrea), ma soprattutto a prendere la vita in mano, comunque essa si stia mettendo.
Torna a parlare a sua moglie, che non era stata la prima persona a sapere della sua malattia. Conosce meglio i suoi amici. In redazione è un altro. Organizza il concerto di un amico disabile, grazie al web. Ne dice quattro a un’associazione benefica perché, di fatto, impedisce paradossalmente ai disabili di darsi da fare per se stessi.
Fino a quando respirare, bere, deglutire, dormire non sono più respirare, bere, deglutire, dormire.

Parte piano, questo libro, e le prime pagine non offrono molti appigli.
Ma l’azione dei giornalisti Andrea e Francesco diventa presto livida, decisa, elettrica… la minaccia della violenza criminale o dello scippo dell’inchiesta verso mani più discrete è in agguato a ogni pagina.
Le frequenti escursioni nei sogni, nei ricordi, nelle percezioni trasfigurate (il racconto della Tac da imprigionato in una miniera è breve ma impressionante) conservano un’atmosfera da thriller sottile, lontana da estetica descrittiva od olimpica meditazione.
I colloqui con la moglie, i colleghi alleati e quelli nemici, gli amici di lunga data si snodano tranquilli solo in apparenza: emerge sempre l’impazienza di centrare il problema, le cose che non ci siamo mai detti, l’aiuto che posso darti e che tu rifiuti, le opportunità che mi aspetto tu acchiappi. Una narrazione che è lava incandescente sotto la crosta. Dialoghi minimali, ma di grande forza nel ritmo e nei significati.
Urgenza.
Tempo.
Sensibilità.
Il mondo delle parole e dei sentimenti intorno a te.
Il corpo.
Confidenza.
Non una parola da sprecare.
Tutte idee, sensazioni, concetti, esperienze che la tonica scrittura di Alberto Damilano – che con Andrea ha in comune il percorso della malattia, il sentiero perso in montagna – ci riconsegna ben diverse da quanto pensiamo di conoscerle nel nostro sapere medio. Una scrittura intensa e ricca, capace di unire monologo interiore, dialogo e relazione, piccole percezioni, progetto, azione e decisioni, rabbia, valori, angoscia in un flusso originale e concreto.
Un racconto raro, che toglie di mezzo subito la superficiale e odierna epica del dolore, avvicina persone vere e ci accompagna nel conoscerle da molto vicino, ci spalanca il quotidiano con occhi nuovi perché c’è tanto ancora da guardare.
Un libro bello da leggere.
O semplicemente da iniziare a leggere, perché poi è impossibile staccarsene.
Dal libro.
Da Andrea.
E da Alberto… solo da ringraziare per avercelo scritto.

Alberto Damilano, “Questa notte è la mia”, Longanesi, 2013

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